Stretto di Sicilia: la chiave che può fare dell'Italia una potenza, o metterla in pericolo
Hormuz è quasi chiuso, il Mar Rosso è in mano a un gruppo armato. Il mondo sta scoprendo quanto conta chi controlla un passaggio stretto di mare. L'Italia ne ha uno proprio sotto casa: da lì passano navi, gas e internet. Se lo sa proteggere, torna a contare. Se lo lascia scoperto, rischia tutto quello che ha.
In breve
- Una porta stretta. Tra la Sicilia e la Tunisia ci sono circa 145 km di mare. Da qui passano le navi che vanno da Suez a Gibilterra, e sul fondale corrono cavi internet e tubi del gas.
- Il mondo ha appena visto cosa succede quando una porta si chiude. A Hormuz il traffico è quasi fermo dalla fine di febbraio. Nel Mar Rosso gli Houthi, un gruppo armato dello Yemen, mettono in difficoltà perfino l'Arabia Saudita.
- Per l'Italia è una scelta. Se controlliamo lo Stretto diventiamo il ponte tra Europa, Africa e Asia. Se non lo controlliamo, siamo esposti a blocchi del commercio, sabotaggi, pressioni straniere e crisi migratorie.
- La Marina si sta già muovendo. A settembre l'Italia ha deciso di scortare da sola le proprie navi nel Mar Rosso: la difesa del mare è tornata una priorità nazionale.
1. Che cos'è lo Stretto di Sicilia, in parole semplici
Immagina un'autostrada enorme, piena di camion che portano cibo, vestiti, telefoni e carburante. A un certo punto l'autostrada entra in una galleria. Se qualcuno blocca quella galleria, i camion non passano più, e dopo pochi giorni gli scaffali dei negozi cominciano a svuotarsi.
Il mare funziona allo stesso modo. Le "gallerie" del mare si chiamano stretti: punti in cui due coste si avvicinano e le navi sono costrette a passare in poco spazio. Gli esperti le chiamano chokepoint, cioè "punti di strozzatura". Chi controlla questi punti ha un potere enorme, perché può decidere, o almeno influenzare, cosa passa e cosa no.
Lo Stretto di Sicilia, chiamato anche Canale di Sicilia, divide il Mediterraneo in due metà. Da una parte c'è il mare verso la Sardegna, la Spagna e Gibilterra, cioè verso l'Oceano Atlantico. Dall'altra c'è il mare verso la Grecia, il Medio Oriente e il Canale di Suez, cioè verso l'Asia. Nel punto più stretto, tra la punta occidentale della Sicilia e Cap Bon, in Tunisia, ci sono circa 145 chilometri di mare: meno della distanza tra Roma e Napoli in linea d'aria.

In mezzo al Canale ci sono isole italiane che fanno da sentinelle naturali. Pantelleria si trova a circa 95 km dalla Sicilia e a meno di 70 km dalla Tunisia: è più vicina all'Africa che all'Italia. Più a sud ci sono le isole Pelagie, cioè Lampedusa, Linosa e Lampione, che portano i confini italiani fin quasi alle coste africane. A est c'è Malta, un piccolo Stato indipendente ma strategico, e ancora più a est si apre il Mar Ionio.
Il fondale è un mondo a sé. In alcuni punti il mare è profondo solo poche decine di metri, con secche e banchi di roccia. In altri si aprono fosse che scendono oltre i mille metri. È un terreno difficile da sorvegliare: le correnti e le differenze di temperatura dell'acqua rendono più complicato sentire con i sonar chi si muove sott'acqua.
Quanto sono larghi i tre stretti nel punto più stretto
2. Una storia antica: chi controlla il Canale controlla il Mediterraneo
L'importanza dello Stretto non è una scoperta di oggi. Più di duemila anni fa Roma e Cartagine, la grande città che sorgeva vicino all'attuale Tunisi, combatterono la prima guerra punica proprio per il controllo della Sicilia. Chi aveva l'isola controllava il passaggio tra le due metà del Mediterraneo, e quindi i commerci di tutto il mondo antico.
Anche nella Seconda guerra mondiale il Canale fu decisivo. Malta fu assediata per anni, perché da lì gli inglesi colpivano i convogli che dall'Italia portavano rifornimenti in Africa. Nel giugno 1943 gli Alleati presero Pantelleria, e un mese dopo sbarcarono in Sicilia: controllare lo Stretto era il primo passo per entrare in Europa.
La lezione della storia è sempre la stessa: chi tiene lo Stretto tiene il Mediterraneo. Oggi non si combatte più per conquistare isole, ma la posta in gioco è rimasta enorme. Sono cambiate solo le cose che passano di lì.
3. Cosa passa dallo Stretto: navi, energia e dati
Lo Stretto sembra lontano dalla vita di tutti i giorni, ma non lo è. Tocca tre cose che usiamo ogni giorno senza pensarci.
Navi
Circa una nave su cinque del traffico mondiale passa nel Mediterraneo. Per arrivare da Suez all'Europa occidentale si passa dallo Stretto.
Energia
Due gasdotti sul fondale portano gas da Algeria e Libia. Presto arriverà anche un cavo elettrico dalla Tunisia.
Dati
Circa venti cavi internet arrivano in Sicilia e collegano l'Europa ad Asia, Medio Oriente e Africa.
Le navi: la spesa e i negozi
Il Mediterraneo è piccolo, circa l'1% dei mari del pianeta, ma da qui passa più o meno una nave su cinque di tutto il traffico marittimo mondiale. Le merci che arrivano dall'Asia entrano da Suez e, per raggiungere i porti italiani ed europei, molte attraversano il Canale di Sicilia. Per l'Italia il mare è vitale: circa il 37% di tutto quello che compriamo e vendiamo con l'estero viaggia su nave. Vuol dire vestiti, elettronica, pezzi per le fabbriche, cibo, carburante.
L'energia: la bolletta di casa
Sul fondale dello Stretto sono posati due grandi gasdotti che portano in Italia il gas del Nord Africa. Ne parliamo nel dettaglio più avanti, perché sono tra le infrastrutture più importanti che il nostro Paese possiede.
I dati: internet, telefono e banche
Molti pensano che internet viaggi via satellite. In realtà oltre il 95% dei dati tra un continente e l'altro passa dentro cavi in fibra ottica posati sul fondo del mare. La Sicilia è uno dei punti in cui questi cavi arrivano a terra. Anche di questo parliamo tra poco.
Lo Stretto di Sicilia è insieme una strada per le navi, un tubo per l'energia e un cavo per internet. Tutto nello stesso piccolo tratto di mare.
4. La rete invisibile sotto il mare: i cavi internet
Guarda la mappa qui sotto. Ogni linea colorata è un cavo sottomarino. Si vede subito una cosa: i cavi che arrivano dall'Asia risalgono il Mar Rosso, attraversano l'Egitto e poi corrono tutti insieme, come un fascio, lungo il Mediterraneo. Una parte importante di questo fascio passa proprio davanti alla Sicilia, o arriva direttamente sull'isola.

In Sicilia arrivano circa venti cavi internazionali, a Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo e Trapani. Sono i cavi che collegano l'Europa all'Asia, al Medio Oriente e all'Africa. Dentro questi cavi viaggiano ogni secondo messaggi, videochiamate, film in streaming, pagamenti con la carta, operazioni delle banche e dei mercati finanziari.
Come è fatto un cavo? Al centro ci sono sottilissimi fili di vetro, le fibre ottiche, che trasportano i dati sotto forma di luce. Intorno ci sono strati di protezione: metallo, plastica isolante e, nei tratti vicino alla costa, un'armatura di fili d'acciaio. Sui fondali profondi il cavo può essere grande come un tubo da giardino; vicino alla riva, dove rischia di più, è molto più spesso.

Il problema è che questi cavi sono fragili e poco protetti. La maggior parte dei guasti nel mondo è causata da ancore trascinate e reti da pesca. Ma negli ultimi anni si è visto che possono diventare anche un bersaglio. Nel 2024, nel Mar Rosso, alcuni cavi internet sono stati danneggiati dopo che una nave colpita dagli Houthi, affondando, ha trascinato la sua ancora sul fondale. Nel Mar Baltico diversi cavi sono stati tranciati da navi che trascinavano l'ancora, in episodi su cui le autorità europee hanno aperto indagini per possibili sabotaggi. E nel 2022 i gasdotti Nord Stream sono stati fatti saltare sul fondo del mare.
Riparare un cavo non è semplice: servono navi speciali, che nel mondo sono poche, e possono volerci settimane. Se si guastano più cavi nello stesso momento, il traffico si sposta sugli altri, che rallentano. Per questo l'Unione europea, a giugno 2026, ha creato i primi centri regionali per la sicurezza dei cavi sottomarini: quello del Mediterraneo sarà coordinato dall'Italia, insieme a Grecia, Cipro e Malta.
5. I gasdotti: il gas che scalda le nostre case
Sotto lo Stretto non passano solo dati, ma anche energia. La mappa qui sotto mostra i gasdotti che collegano il Nord Africa all'Europa. Due di questi arrivano in Sicilia.

Il primo è il TransMed, chiamato anche gasdotto Enrico Mattei: porta il gas dei giacimenti dell'Algeria, passa attraverso la Tunisia e arriva a Mazara del Vallo. Nella mappa è la linea viola. Può trasportare oltre 30 miliardi di metri cubi di gas l'anno, ed è una delle arterie principali con cui l'Italia si rifornisce di energia.
Il secondo è il GreenStream, la linea verde: parte da Mellitah, in Libia, e arriva a Gela. È lungo circa 520 km ed è posato in alcuni punti a più di mille metri di profondità. Dipende però dalla stabilità della Libia: in passato, durante la guerra del 2011 e in altri momenti di tensione, i flussi si sono fermati o ridotti.
Presto nello Stretto arriverà anche ELMED, un cavo elettrico sottomarino tra Cap Bon, in Tunisia, e Partanna, in provincia di Trapani. Permetterà di scambiare energia elettrica tra Europa e Nord Africa, compresa in futuro energia pulita prodotta dal sole africano.
Quanto gas possono portare i due gasdotti dello Stretto
Da quando l'Europa ha ridotto il gas russo, il gas del Nord Africa è diventato ancora più prezioso. E quasi tutto quello che arriva in Italia da sud passa per il fondale dello Stretto di Sicilia. Chi riesce a minacciare quei tubi può mettere sotto pressione le bollette di milioni di famiglie italiane.
6. Le aziende italiane in prima linea
Lo Stretto di Sicilia non è solo una questione di Stato. Sopra e sotto quelle acque lavorano alcune delle più importanti aziende italiane, che costruiscono, gestiscono e proteggono le infrastrutture da cui dipendono internet, gas ed elettricità. La loro forza è anche la forza del Paese.
I cavi di internet
Sparkle è la società italiana dei cavi sottomarini: gestisce una rete di oltre 600.000 chilometri di fibra tra Europa, Mediterraneo, Americhe e Asia. A Palermo ha il Sicily Hub, il centro dove arrivano e si collegano tra loro molti cavi internazionali, e a Mazara del Vallo uno degli approdi storici del Mediterraneo. Proprio per il suo valore strategico, nel 2026 lo Stato ha deciso di riprenderne il controllo: il Ministero dell'Economia ne acquista il 70% e la società Retelit il 30%, per circa 700 milioni di euro. Bruxelles ha dato il via libera ad aprile; a settembre mancava ancora l'ultima autorizzazione degli Stati Uniti.
Prysmian è il primo produttore al mondo di cavi per l'energia e le telecomunicazioni. Costruisce cavi sottomarini nel suo stabilimento di Arco Felice, vicino a Napoli, li posa con navi specializzate e ne controlla il funzionamento da un centro di monitoraggio a Palermo.
Gas ed elettricità
Eni gestisce, insieme ai partner algerini e libici, i due gasdotti che attraversano lo Stretto: il TransMed dall'Algeria e il GreenStream dalla Libia. Snam gestisce la rete italiana del gas in cui quei gasdotti si immettono, e guida il SoutH2 Corridor: un corridoio di circa 3.300 chilometri, per il 70% fatto di gasdotti esistenti da riconvertire, pensato per portare idrogeno dal Nord Africa all'Italia attraverso Mazara del Vallo e da lì in Austria e Germania. Saipem, tra i leader mondiali nella posa di condotte sottomarine, ha costruito alcune delle grandi infrastrutture di questo mare.
Terna, che gestisce la rete elettrica italiana, realizza con la società tunisina STEG il cavo ELMED: circa 220 chilometri, 600 megawatt, fino a 800 metri di profondità tra Partanna, in provincia di Trapani, e Cap Bon. Sarà il primo collegamento elettrico permanente tra Nord Africa ed Europa, con entrata in servizio prevista nel 2028. Il cavo lo costruisce Prysmian, con un contratto da circa 460 milioni di euro.
Difesa e sorveglianza
Fincantieri costruisce navi e sommergibili per la Marina Militare e ha rafforzato la propria presenza nel settore della subacquea. Leonardo produce radar, satelliti e sistemi di sorveglianza marittima. Sono le aziende che possono dare all'Italia gli strumenti per vedere e proteggere ciò che accade sotto la superficie.
| Azienda | Ruolo nello Stretto |
|---|---|
| Sparkle | Cavi internet sottomarini, Sicily Hub di Palermo, approdo di Mazara del Vallo |
| Prysmian | Produzione, posa e monitoraggio di cavi sottomarini, incluso ELMED |
| Eni | Gasdotti TransMed e GreenStream, con i partner algerini e libici |
| Snam | Rete italiana del gas, corridoio dell'idrogeno SoutH2 |
| Terna | Rete elettrica, collegamento ELMED con la Tunisia |
| Saipem | Posa e costruzione di condotte e impianti sottomarini |
| Fincantieri e Leonardo | Navi, sommergibili, sistemi di sorveglianza e protezione |
Se l'Italia controlla lo Stretto: le opportunità
- Nuove commesse. Ogni nuovo cavo, gasdotto o collegamento elettrico vale centinaia di milioni di euro di lavoro per aziende italiane, dalla produzione alla posa fino alla manutenzione.
- La Sicilia come hub digitale. Più cavi arrivano sull'isola, più conviene costruire lì centri dati e servizi, con lavoro qualificato e investimenti internazionali.
- La porta dell'energia pulita. Con ELMED e il corridoio dell'idrogeno, l'Italia può diventare il punto di passaggio dell'energia rinnovabile africana verso l'Europa, e incassarne il valore.
- Un'industria della sicurezza subacquea. Sensori, droni sottomarini, navi di sorveglianza e di riparazione: un settore in forte crescita in tutto il mondo, in cui le aziende italiane possono diventare leader esportando in altri Paesi.
- Fiducia degli investitori. Un mare sicuro attira chi deve decidere dove far passare i nuovi cavi e i nuovi gasdotti, e rende più bassi i costi di assicurazione.
Se non lo controlla: i rischi
- Danni e fermi. Un cavo o un tubo danneggiato significa riparazioni costose, servizi interrotti e ricavi persi per le aziende e per i loro clienti.
- Investimenti che vanno altrove. Se il mare italiano viene percepito come insicuro, i nuovi cavi possono scegliere altri approdi, come Marsiglia o la Grecia, e la Sicilia perde il suo ruolo.
- Assicurazioni e costi in aumento. Più rischio vuol dire premi più alti, che si scaricano su bollette, tariffe e prezzi.
- Concorrenti stranieri. Altri Paesi, sostenuti dai loro governi, sono pronti a prendersi commesse, infrastrutture e, se non si vigila, anche il controllo di aziende strategiche italiane.
- Energia a singhiozzo per le fabbriche. Un'interruzione del gas o dell'elettricità colpisce prima di tutto le industrie che consumano più energia.
Stretto controllato
- Commesse per aziende italiane
- Sicilia hub dei dati
- Porta dell'energia pulita
- Leadership nella sicurezza subacquea
- Investitori e costi più bassi
Stretto scoperto
- Danni, fermi e ricavi persi
- Nuovi cavi verso altri porti
- Assicurazioni più care
- Commesse e aziende a stranieri
- Energia a rischio per l'industria
Per un'azienda italiana, la sicurezza dello Stretto non è un tema astratto: incide su costi, contratti e possibilità di crescita. Conoscere in anticipo i rischi, e le occasioni, è parte della strategia di ogni impresa che lavora con il mare, con l'energia o con il Mediterraneo.
7. Cosa sta succedendo proprio adesso a Hormuz e nel Mar Rosso
Per capire quanto vale uno stretto basta guardare cosa sta succedendo in questi mesi dall'altra parte del Medio Oriente. L'immagine qui sotto mostra i tre punti chiave della rotta tra Asia ed Europa: il Canale di Suez, lo Stretto di Bab el-Mandeb all'ingresso del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz all'uscita del Golfo Persico. Tutte le navi che dall'Asia arrivano in Italia passando da Suez hanno attraversato almeno uno di questi punti.

Hormuz: la porta del petrolio quasi chiusa
Prima della guerra, dallo Stretto di Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas liquido di tutto il mondo. Dal 28 febbraio 2026, dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, lo stretto è di fatto quasi chiuso al traffico normale. L'Iran ha limitato i passaggi, e secondo diverse fonti ci sono stati attacchi a navi e posa di mine. Né le tregue né gli accordi di questi mesi hanno riportato la situazione alla normalità.
Secondo SRM, il centro studi del gruppo Intesa Sanpaolo, a febbraio passavano da Hormuz in media 128 navi al giorno; ad aprile appena 14. Centinaia di navi sono rimaste bloccate, e ne è nata una crisi dell'energia che ha toccato tutto il mondo, Italia compresa.
Bab el-Mandeb: un gruppo armato che mette in difficoltà una potenza
Gli Houthi sono un movimento armato dello Yemen sostenuto dall'Iran. Non hanno una vera marina né un esercito paragonabile a quello di uno Stato moderno. Eppure, dalla fine del 2023, con droni e missili relativamente economici hanno cominciato ad attaccare le navi. All'inizio del 2024 il traffico a Bab el-Mandeb era sceso da circa 80 a circa 46 navi al giorno, e quello del Canale di Suez era crollato quasi della metà.
Con la guerra all'Iran gli Houthi sono tornati all'attacco. A luglio 2026 hanno colpito due petroliere cariche di petrolio saudita e obiettivi in Arabia Saudita, proprio mentre Riyad cercava di spostare le sue esportazioni sul Mar Rosso per evitare Hormuz. A settembre, secondo fonti yemenite e ufficiali riportate da Associated Press e Times of Israel, hanno conquistato il porto di Mokha e le isole di Hanish, a pochi chilometri dallo stretto. In pratica un gruppo armato sta tenendo sotto pressione una delle potenze più ricche e armate della regione.
Quante navi passano ogni giorno: prima e durante la crisi
Come sono andate le cose, in breve
Cosa significa per le navi dirette in Italia
Quando il Mar Rosso diventa pericoloso, molte navi scelgono di non passare da Suez e fanno il giro dell'Africa, doppiando il Capo di Buona Speranza. Il viaggio si allunga di migliaia di chilometri e di molti giorni, e i costi di carburante, noli e assicurazioni salgono. Per l'Italia c'è un danno in più: le navi che fanno il giro dell'Africa rientrano in Europa dall'Atlantico, e rischiano di scaricare nei porti del Nord Europa invece che nei nostri.
Due strade per arrivare dall'Asia all'Italia
L'Italia partecipa dal febbraio 2024 alla missione navale europea Aspides nel Mar Rosso. Il 17 settembre 2026 il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Marina Militare non aspetterà più le decisioni della missione per garantire il passaggio delle navi italiane, e la fregata Bergamini ha scortato il mercantile italiano Jolly Oro attraverso Bab el-Mandeb. È un cambio di passo: l'Italia ha capito che le rotte da cui dipende vanno difese direttamente.
8. La lezione per l'Italia
«Per bloccare uno stretto non serve una grande flotta. Basta trovarsi nel posto giusto, e che nessuno lo difenda.»La lezione di Hormuz e del Mar Rosso
Hormuz e Bab el-Mandeb raccontano la stessa storia. Chi controlla la costa di un passaggio stretto ha in mano un'arma potentissima, anche se è piccolo o debole. Non deve per forza chiudere lo stretto: basta far paura. Le compagnie cambiano rotta, le assicurazioni aumentano, i prezzi salgono, e i Paesi più grandi sono costretti a sedersi al tavolo e trattare.
Il Canale di Sicilia oggi non è teatro di una crisi di questo tipo. Ma alcune delle condizioni che hanno reso possibili Hormuz e il Mar Rosso esistono anche vicino a noi: uno stretto da cui passa il commercio del mondo, infrastrutture preziose sul fondale, e sull'altra sponda Paesi fragili, dove si muovono potenze straniere. Per questo il confronto va preso sul serio.
| Cosa è successo lì | Cosa potrebbe succedere da noi |
|---|---|
| Attacchi con droni e missili alle navi a Bab el-Mandeb | Minacce ai mercantili in transito a poche decine di chilometri dalla Sicilia |
| Navi costrette a fare il giro dell'Africa | Merci che arrivano in ritardo e costano di più nei negozi italiani |
| Hormuz quasi chiuso, crisi dell'energia | Gasdotti da Algeria e Libia fermi, bollette più care |
| Cavi internet danneggiati nel Mar Rosso | Danni ai cavi che arrivano in Sicilia, internet e pagamenti più lenti |
| L'Italia manda le sue navi a scortare i mercantili | La Marina costretta a presidiare in modo permanente il Canale di Sicilia |
Come una crisi nello Stretto arriverebbe fino a casa tua
9. Se non controlliamo lo Stretto: cinque pericoli per l'Italia
Lasciare lo Stretto senza un controllo forte non è una scelta neutrale. Vuol dire lasciare scoperto il punto più delicato del Paese. Ecco i cinque rischi principali, spiegati in modo semplice.
Commercio bloccato
Se le navi hanno paura di passare, cambiano rotta o si fermano. Le merci dall'Asia arrivano più tardi e costano di più, e i porti italiani perdono lavoro a favore di altri. Hormuz e il Mar Rosso mostrano quanto in fretta può succedere.
Internet e banche in difficoltà
Un'ancora trascinata o un sabotaggio possono danneggiare un cavo. Ripararlo richiede navi speciali e settimane di lavoro. Se si guastano più cavi insieme, internet, telefoni e pagamenti rallentano, e l'Italia perde il suo ruolo di snodo dei dati del Mediterraneo.
Energia sotto ricatto
Una parte importante del nostro gas arriva da Algeria e Libia attraverso tubi posati sul fondale. Chi riesce a minacciare quei tubi, o a destabilizzare i Paesi da cui partono, può mettere sotto pressione le bollette delle famiglie e le nostre fabbriche.
Navi e sommergibili stranieri
Il Mediterraneo non è più un mare tranquillo. Secondo analisi di fonti aperte, dopo la caduta di Assad in Siria la Russia ha spostato parte della sua presenza militare in Libia, e guarda anche al porto di Tobruk. La Turchia è radicata in Tripolitania. Sommergibili e navi oceanografiche straniere vengono segnalati periodicamente vicino alle infrastrutture sottomarine: NATO e Unione europea seguono il tema con crescente attenzione.
Immigrazione irregolare e trafficanti
Lo Stretto è anche la rotta principale verso l'Italia per chi parte da Libia e Tunisia. Quando la sponda sud è instabile, i trafficanti di esseri umani trovano spazio. Oltre al peso sul sistema di accoglienza c'è un costo umano enorme: solo nei primi tre mesi del 2026 i morti e i dispersi nel Mediterraneo centrale sono stati più di 700, secondo l'AGI.
Presi uno per uno, questi pericoli sono gravi. Messi insieme riguardano le cose di cui un Paese non può fare a meno: il cibo che arriva nei negozi, l'energia per le case e le fabbriche, le comunicazioni, la sicurezza dei confini. Per questo la sicurezza dello Stretto non è una questione per pochi esperti, ma una questione che riguarda tutti.
10. Se lo controlliamo: la grande occasione dell'Italia
C'è però anche l'altra faccia della medaglia, ed è la più importante. La stessa posizione che ci espone ai rischi può fare dell'Italia un Paese molto più forte. La geografia ci ha dato una carta che pochi altri hanno: siamo al centro esatto del Mediterraneo.
I porti italiani al centro dei traffici
Già oggi, con Suez in crisi, secondo SRM più navi rientrano nel Mediterraneo da Gibilterra e fanno scalo in Italia per spostare il carico su navi più piccole. I porti italiani, e in particolare quelli siciliani, ne stanno approfittando. Uno Stretto sicuro e controllato rende i nostri porti la scelta naturale per chi vuole portare merci in Europa.
L'Italia come porta dell'energia per l'Europa
Se l'Europa vuole dipendere meno da fornitori lontani e instabili, le alternative passano in gran parte dal Nord Africa, e i tubi arrivano in Sicilia. Con il cavo elettrico ELMED, e in futuro con l'energia pulita del Sud del Mediterraneo, l'Italia può diventare la porta d'ingresso dell'energia per tutto il continente. È la logica del Piano Mattei: collaborare con i Paesi africani, invece di subirne l'instabilità.
La Sicilia come centralino dei dati
I cavi che arrivano in Sicilia fanno dell'isola uno dei punti di collegamento più importanti tra Europa, Asia e Africa. Il coordinamento del centro europeo per la sicurezza dei cavi nel Mediterraneo è un ruolo di guida che va rafforzato, attirando anche investimenti in centri dati sicuri sul nostro territorio: lavoro, tecnologia e sovranità digitale.
Più peso nelle decisioni che contano
Chi garantisce la sicurezza di una rotta vitale non è più uno spettatore. Diventa un Paese indispensabile, che viene ascoltato in Europa, nella NATO e in tutto il Mediterraneo. Controllare lo Stretto, senza aggressività ma con serietà e continuità, è il modo più concreto per l'Italia di tornare a essere una potenza del mare.
Se lo lasciamo scoperto
- Merci più care e in ritardo
- Bollette esposte ai ricatti
- Internet e pagamenti vulnerabili
- Potenze straniere alle porte
- Più spazio ai trafficanti
Se lo controlliamo
- Porti al centro dei traffici
- Porta dell'energia per l'Europa
- Guida europea sulla sicurezza dei cavi
- Più peso in Europa e nella NATO
- Sponda sud più stabile
11. Cosa deve fare l'Italia, in cinque mosse
- Guardare sotto il mare, 24 ore su 24. Sensori, droni subacquei e sommergibili per sorvegliare cavi e gasdotti, valorizzando il Polo Nazionale della Subacquea di La Spezia.
- Una presenza navale fissa nel Canale di Sicilia. Fregate e pattugliatori della Marina in modo costante, con la stessa determinazione mostrata oggi nel Mar Rosso.
- Guidare l'Europa sulla sicurezza dei cavi. Sfruttare il coordinamento del centro mediterraneo per avere navi di riparazione pronte e regole comuni.
- Stabilizzare la sponda sud. Collaborare con Tunisia e Libia su energia, lavoro e controllo delle coste, per togliere spazio ai trafficanti e alle potenze ostili.
- Investire in Sicilia. Porti, approdi dei cavi protetti, centri dati ed energia: fare dell'isola la piattaforma dell'Italia nel Mediterraneo.
12. In conclusione
Hormuz e il Mar Rosso ci stanno mostrando, in diretta, cosa succede quando uno stretto finisce nelle mani sbagliate o resta senza difesa: navi ferme, prezzi alle stelle, Paesi grandi costretti a trattare con attori piccoli ma decisi.
L'Italia ha davanti una scelta che la geografia rende inevitabile. Lo Stretto di Sicilia può essere la chiave che ci riporta a essere una potenza del Mediterraneo, oppure il punto debole da cui partono i pericoli più seri per il Paese. Non esiste una via di mezzo: o lo controlliamo noi, o prima o poi qualcun altro proverà a usarlo contro di noi.