Il confine sud dell'Italia passa da Tripoli e da Tunisi
Migrazioni, energia, imprese e sicurezza: quasi tutto ciò che accade in Libia e in Tunisia arriva, prima o poi, in Italia. Per questo la stabilità politica di questi due Paesi non è un problema loro: è un interesse vitale nostro. E chi riuscirà a esercitarvi la propria influenza nei prossimi anni deciderà una parte importante del futuro italiano.
In breve
- La Libia e la Tunisia sono il nostro vicinato più stretto. Tunisi è più vicina a Roma di Monaco di Baviera. Quello che succede lì, nel bene e nel male, arriva da noi in pochi giorni.
- Instabilità vuol dire partenze. Nel 2026 circa otto sbarchi su dieci partono dalla Libia, quasi tutti dalla costa occidentale.
- Dalla sponda sud passa una parte decisiva della nostra energia. La Libia fornisce circa un quinto del petrolio greggio che importiamo, ed Eni è il primo operatore straniero del Paese.
- Altri si stanno muovendo. Russia e Turchia hanno costruito in Libia una presenza militare stabile. Se quei Paesi finissero sotto l'influenza di potenze ostili, l'Italia ne pagherebbe il prezzo.
- L'Italia ha carte che nessun altro ha: storia, vicinanza, imprese, energia e il Piano Mattei. Deve usarle con continuità.
1. Un confine che non si vede sulle carte
Quando pensiamo ai confini dell'Italia pensiamo alle Alpi: Francia, Svizzera, Austria, Slovenia. Ma l'Italia ha anche un confine che non compare sulle carte stradali, perché è fatto di mare. È il confine sud, e dall'altra parte ci sono due Paesi: la Libia e la Tunisia.
La distanza è minima. Lampedusa si trova a circa 110 chilometri dalla costa tunisina, più vicina all'Africa che alla Sicilia. Tunisi è più vicina a Roma di quanto lo sia Monaco di Baviera, e Tripoli più di Berlino. In termini geografici, sono i nostri vicini di casa.
Per questo, ciò che accade in questi due Paesi non resta lontano. Una crisi politica a Tripoli, una crisi economica a Tunisi, uno scontro tra milizie vicino a un porto: sono notizie che, nel giro di giorni o settimane, diventano partenze di barche, oscillazioni del prezzo dell'energia, problemi per le nostre imprese.
Più vicine di quanto si pensi
La sicurezza dell'Italia non si difende soltanto ai suoi confini. Si difende soprattutto aiutando i suoi vicini a essere stabili. È il principio che guida questo dossier.
2. Una lunga storia comune
I legami tra l'Italia e la sponda sud sono antichi. Per secoli Sicilia, Sardegna e Tunisia sono state unite da pescatori, mercanti e lavoratori che attraversavano il canale in entrambe le direzioni. Alla fine dell'Ottocento in Tunisia viveva una grande comunità italiana, soprattutto siciliana, a lungo più numerosa di quella francese. Alla Goletta, il porto di Tunisi, c'era un intero quartiere chiamato "Piccola Sicilia".
Con la Libia la storia è più complessa. Dal 1911 al 1943 il Paese fu una colonia italiana. In quegli anni l'Italia costruì strade, porti, acquedotti e villaggi agricoli, e decine di migliaia di italiani vi si trasferirono. Fu però anche una stagione di dura repressione contro la resistenza libica, soprattutto in Cirenaica, che causò migliaia di vittime. Una storia seria deve ricordare entrambe le cose.
Dopo la guerra, i rapporti cambiarono natura. Negli anni Cinquanta Enrico Mattei, fondatore dell'Eni, portò in Nord Africa un approccio nuovo: accordi più vantaggiosi per i Paesi produttori rispetto a quelli delle grandi compagnie straniere, e rispetto per la loro indipendenza. Nel 1959 Eni arrivò in Libia, dove è rimasta ininterrottamente fino a oggi, anche nei momenti più difficili.
Nel 1970 Gheddafi espulse circa ventimila italiani e ne confiscò i beni. Eppure, anche negli anni della tensione, l'Italia rimase il primo partner economico della Libia. Nel 2008 i due Paesi firmarono un trattato di amicizia con cui l'Italia si impegnava a finanziare grandi infrastrutture, chiudendo i conti del passato coloniale. Dopo la caduta di Gheddafi, nel 2011, l'Italia è stata tra i primi Paesi a riaprire la propria ambasciata a Tripoli, nel 2017, e ha portato sul posto un ospedale da campo, addestramento e aiuti.
Questa storia ci lascia un patrimonio che nessun altro Paese europeo possiede nella stessa misura: conoscenza del territorio, relazioni personali, imprese radicate, una lingua e una cultura che lì sono ancora familiari. È un capitale che l'Italia può e deve tornare a usare.
3. Perché la loro stabilità è vitale per noi
Quando uno Stato è forte, controlla il proprio territorio, le proprie coste e le proprie risorse. Quando si indebolisce, quel controllo passa ad altri: milizie, trafficanti, gruppi armati. E dove c'è un vuoto di potere, prima o poi arriva qualcuno da fuori a riempirlo.
È esattamente ciò che è accaduto in Libia dopo il 2011. Il Paese si è diviso in due: a ovest il Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah, riconosciuto dalle Nazioni Unite, che regge su un equilibrio fragile tra milizie; a est un sistema politico-militare costruito attorno al generale Khalifa Haftar e alla sua famiglia. Le elezioni promesse sono rimaste sulla carta, e all'inizio del 2026 è stato ucciso Saif al-Islam Gheddafi, figlio del vecchio leader, in circostanze ancora da chiarire. Intanto il contrabbando di carburante, secondo l'organizzazione The Sentry, sottrae al Paese circa 6,7 miliardi di dollari l'anno.
La Tunisia è un caso diverso, ma non meno delicato. È uno Stato più solido e unito, ma attraversa da anni una difficile crisi economica e un forte accentramento del potere. Quando nel 2023 la situazione sociale si è fatta più tesa, le partenze verso l'Italia sono esplose.
Per l'Italia, quindi, la domanda non è se occuparsi di Libia e Tunisia, ma come farlo. Un vicino stabile è un vicino con cui si commercia, si produce energia, si collabora per controllare i flussi. Un vicino instabile esporta i suoi problemi, e attira chi vuole usarli contro di noi.
4. Le migrazioni: cosa dicono davvero i numeri
La conseguenza più visibile dell'instabilità sono le migrazioni irregolari. Negli ultimi dieci anni gli sbarchi in Italia hanno avuto picchi enormi, come i 181.436 arrivi del 2016 e i 157.651 del 2023, e momenti di forte calo, come gli 11.471 del 2019. Il motivo è semplice: i numeri dipendono soprattutto da quanto sono controllate le coste di partenza e dagli accordi con chi le governa.
Persone sbarcate in Italia, anni a confronto
Nel 2026 gli arrivi sono in forte calo. Al 18 settembre erano sbarcate 21.649 persone, contro le 49.229 dello stesso periodo del 2025. Ma la geografia delle partenze dice molto. Nel 2023 la rotta principale era quella tunisina; oggi è tornata quella libica. Al 1° settembre dalle coste libiche erano arrivate 15.570 persone su 19.601, circa l'80% del totale, e quasi il 98% delle partenze libiche avviene dalla costa occidentale, la Tripolitania.
Da dove partono le barche dirette in Italia
Un dato importante, spesso trascurato: la maggior parte di chi parte dalla Libia non è libica. Le nazionalità più numerose nel 2026 sono Bangladesh, Somalia, Algeria, Sudan, Pakistan, Eritrea ed Egitto. La Libia funziona da grande snodo di transito, dove le reti dei trafficanti raccolgono persone da Asia e Africa e le imbarcano verso l'Italia. Chi controlla quelle coste, quindi, controlla una leva enorme.
Chi arriva: le nazionalità nel 2026
Dietro i numeri c'è anche un dramma umano. Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, nei primi quattro mesi del 2026 i morti e i dispersi in mare erano già più di 800. Ogni partenza organizzata dai trafficanti è un affare per le reti criminali e un rischio mortale per chi sale a bordo.
L'esperienza degli ultimi anni mostra cosa funziona: accordi con i governi della sponda sud, sostegno alle loro guardie costiere, rimpatri, e soprattutto sviluppo e lavoro sul posto, perché nessuno parte da un Paese che gli offre un futuro. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l'intesa tra Unione europea e Tunisia del 2023 vanno in questa direzione. Ma tutti questi strumenti funzionano solo se dall'altra parte c'è uno Stato stabile con cui parlare.
In mani ostili, i flussi migratori possono diventare un'arma di pressione politica: aprire o chiudere le partenze per ottenere qualcosa. L'Europa lo ha già visto al confine tra Bielorussia e Polonia nel 2021. Per questo è decisivo chi esercita influenza sulle coste libiche.
5. L'energia: un legame che regge da oltre sessant'anni
La Libia possiede le più grandi riserve accertate di petrolio di tutta l'Africa, e importanti giacimenti di gas. Per l'Italia è oggi il principale fornitore di petrolio greggio, con quasi il 20% delle nostre importazioni.
Il protagonista di questa relazione è Eni. Presente in Libia dal 1959, è il primo operatore internazionale del Paese e lavora insieme alla compagnia di Stato libica (NOC) attraverso Mellitah Oil & Gas, una società partecipata in parti uguali. Il gas dei giacimenti di Wafa e Bahr Essalam viene trattato nell'impianto di Mellitah, a circa 100 chilometri a ovest di Tripoli, e da lì raggiunge Gela attraverso il gasdotto GreenStream.
Negli ultimi anni Eni ha rilanciato con forza: circa 10 miliardi di dollari su tre grandi progetti. Il primo, Sabratha Compression, è entrato in produzione a giugno 2026 e aggiunge circa 800 milioni di metri cubi di gas l'anno. Il secondo, Bouri, recupera gas che oggi verrebbe bruciato. Il terzo, Structures A&E, da circa 8 miliardi, è il più grande sviluppo del gas libico dai primi anni Duemila, con avvio previsto entro la fine del 2027. A marzo 2026 sono arrivate anche nuove scoperte, con oltre mille miliardi di piedi cubi di gas stimati.
I grandi progetti italiani sul gas libico
C'è un punto da capire bene: questo gas serve prima di tutto alla Libia stessa, che ha bisogno di elettricità per le sue città, e poi all'Italia. È proprio questo il modello vincente: un investimento che porta lavoro ed energia ai libici rende stabile anche il rapporto con noi.
La Tunisia ha un ruolo diverso ma altrettanto importante: è il Paese di passaggio del gasdotto TransMed, che dal 1983 porta in Sicilia il gas algerino, oggi uno dei pilastri della sicurezza energetica italiana. E sarà il punto di partenza di ELMED, il cavo elettrico sottomarino che collegherà Tunisia e Sicilia e potrà portare in Europa anche energia rinnovabile prodotta in Nord Africa.
6. Le imprese italiane sull'altra sponda: opportunità e rischi
La presenza italiana non è fatta solo di energia. In Tunisia operano oltre 1.000 imprese italiane, che danno lavoro diretto a più di 85.000 persone: tessile, meccanica, componentistica per auto, agroalimentare. Molte producono lì una parte dei loro prodotti, che poi tornano in Italia o ripartono verso altri mercati.
Italia e Tunisia: un'economia che si intreccia
Nel 2025 l'interscambio tra i due Paesi ha raggiunto 6,5 miliardi di euro, e nei primi mesi del 2026 l'export italiano è cresciuto ancora. La Tunisia è il primo mercato africano per i prodotti italiani, e l'Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia. È un'integrazione silenziosa ma profonda: ogni posto di lavoro creato lì è anche una ragione in meno per partire.
In Libia, oltre all'energia, le imprese italiane hanno una lunga tradizione nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nei servizi, e il Paese ha bisogno di quasi tutto: case, strade, porti, reti elettriche, ospedali.
Le opportunità
Per un'impresa italiana la sponda sud offre spazi di crescita che pochi altri mercati possono dare:
| Opportunità | Perché conta per le imprese italiane |
|---|---|
| La ricostruzione libica | Infrastrutture, edilizia, impianti elettrici e idrici: un mercato potenzialmente enorme, per chi sa entrarci al momento giusto. |
| Energia del futuro | Sole e vento abbondanti rendono Libia e Tunisia terreni ideali per impianti rinnovabili e, in prospettiva, per la produzione di idrogeno. |
| Acqua e agricoltura | Desalinizzazione, irrigazione e macchine agricole: settori in cui le imprese italiane sono tra le migliori al mondo e di cui la sponda sud ha un bisogno urgente. |
| Una porta sull'Africa | Da Tunisi e da Tripoli si raggiungono più facilmente i mercati africani, in forte crescita demografica ed economica. |
I rischi
Le opportunità sono reali, ma lo sono anche i rischi. Un'impresa che vuole operare sulla sponda sud deve conoscerli prima di investire:
| Rischio | Cosa significa in pratica |
|---|---|
| Instabilità politica e sicurezza | In Libia gli scontri tra milizie possono riaccendersi all'improvviso, anche a Tripoli, e la divisione tra due governi rende incerto chi abbia davvero l'autorità di firmare un contratto. |
| Contratti e pagamenti | Accordi rimessi in discussione dopo un cambio di governo, pagamenti in ritardo, crediti difficili da recuperare: è già successo in passato. |
| Valuta e banche | Accesso limitato alla valuta estera, restrizioni sui trasferimenti di capitali e il rischio di svalutazioni improvvise. |
| La crisi economica tunisina | Debito pubblico elevato, difficoltà nei conti dello Stato e un forte accentramento del potere politico possono cambiare in fretta le regole del gioco. |
| Burocrazia e trasparenza | Procedure lunghe, regole poco chiare e il peso di reti informali. |
| Concorrenza agguerrita | Imprese turche, cinesi ed emiratine, spesso sostenute con decisione dai loro governi, competono sugli stessi contratti. |
Sulla sponda sud vince chi arriva preparato: chi conosce gli equilibri politici, sa leggere i segnali di crisi e sceglie i partner giusti. Analizzare il rischio Paese prima di investire è la differenza tra un'opportunità colta e una perdita.
Molte di queste opportunità, però, da sole non bastano a convincere un'impresa a investire: servono garanzie, finanziamenti e un quadro politico che riduca i rischi. È proprio qui che entra in gioco la strategia italiana per l'Africa.
7. Il Piano Mattei: la strategia giusta, da rendere più veloce
Per trasformare queste opportunità in progetti concreti, e ridurre i rischi che frenano le imprese, l'Italia ha lanciato nel 2024 il Piano Mattei per l'Africa, intitolato proprio al fondatore dell'Eni. È il tentativo di dare a tutto questo una strategia. L'idea è chiara: non aiuti a pioggia, ma partenariati alla pari in settori concreti come energia, acqua, agricoltura, formazione, sanità e infrastrutture, coinvolgendo le imprese italiane.
Oggi il Piano coinvolge 18 Paesi africani, con 76 progetti principali e oltre 4 miliardi di euro di garanzie a sostegno delle imprese. La Tunisia è tra i Paesi più coinvolti: il cavo elettrico ELMED, progetti per l'acqua e l'agricoltura, programmi di formazione che preparano lavoratori tunisini a lavorare regolarmente in Italia.
Una valutazione seria deve però essere onesta: secondo un'inchiesta del quotidiano Domani dell'agosto 2026, a oltre due anni dal lancio solo pochi progetti risultano conclusi. La direzione è quella giusta, ma i tempi devono accorciarsi. Sull'altra sponda la concorrenza non aspetta: chi arriva prima con strade, centrali e ospedali conquista anche la fiducia dei governi e delle popolazioni.
8. Chi vuole prendere il nostro posto
Negli ultimi anni la Libia è diventata il terreno di gioco di potenze straniere, e alcune di queste non hanno interessi compatibili con i nostri.
La Russia ha costruito una presenza militare stabile nell'est e nel sud del Paese, a fianco del generale Haftar. Dopo la caduta di Assad in Siria e la perdita delle basi di Tartus e Hmeimim, Mosca ha spostato in Libia parte della sua logistica: secondo analisi basate su immagini satellitari, sei basi aeree libiche con presenza segnalata dell'Africa Corps russo sono state ampliate tra il 2024 e il 2026, tra cui Tobruk, al-Jufra e Brak al-Shati. Le stime parlano di uno o due migliaia di uomini. Per la Russia la Libia è un ponte verso il Sahel e un affaccio sul Mediterraneo, a poca distanza dalla Sicilia.
La Turchia è il principale sostegno del governo di Tripoli: nel 2019-2020 il suo intervento militare fermò l'offensiva di Haftar sulla capitale, e a gennaio 2026 Ankara ha prolungato di altri due anni la propria missione militare. Oggi la Turchia dialoga anche con Bengasi e ha firmato con Tripoli un accordo marittimo contestato dalla Grecia. È un alleato NATO, ma i suoi interessi nel Mediterraneo non coincidono con i nostri.
Ci sono poi l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, vicini ad Haftar, e la presenza crescente di capitali cinesi in tutto il Nord Africa.
| Chi | Dove | Cosa cerca |
|---|---|---|
| Russia | Est e Sud della Libia, con il generale Haftar: Tobruk, al-Jufra, Brak al-Shati, l'area di Sirte | Basi aeree e un porto nel Mediterraneo, un corridoio verso il Sahel |
| Turchia | Tripoli e la Libia occidentale, con canali aperti anche verso Bengasi | Peso politico, accordi marittimi, contratti e influenza sul governo |
| Egitto ed Emirati | Cirenaica, a sostegno di Haftar | Sicurezza dei confini, influenza politica e militare |
| Italia | Libia occidentale, energia, Tunisia | Stabilità, energia, controllo dei flussi, crescita economica comune |
Se la Libia, o anche solo una parte di essa, finisse stabilmente sotto l'influenza di una potenza ostile, l'Italia si ritroverebbe con basi militari straniere a pochi minuti di volo dalla Sicilia, una leva sui flussi migratori in mani altrui e i propri approvvigionamenti energetici esposti a ricatti. È uno scenario che va evitato prima che si realizzi.
9. Due futuri possibili
Nei prossimi dieci anni la sponda sud può prendere due strade. Dipende in buona parte dalle scelte che l'Italia farà oggi.
Se la sponda sud scivola verso potenze ostili
- Basi militari straniere a pochi minuti di volo dalla Sicilia
- Flussi migratori usati come arma di pressione
- Gas e petrolio sotto ricatto
- Imprese italiane escluse dai contratti
- L'Italia spettatrice nel suo stesso mare
Se l'Italia torna protagonista
- Partner stabili e amici sull'altra sponda
- Partenze sotto controllo e migrazione regolata
- Energia sicura per l'Italia e per l'Europa
- Nuovi mercati per le imprese italiane
- Il peso di una potenza mediterranea
10. Cosa deve fare l'Italia
- Una politica per la sponda sud, stabile nel tempo. Libia e Tunisia devono essere una priorità nazionale condivisa, al di là dei cambi di governo, con una presenza diplomatica forte e continua.
- Sostenere l'unità e la stabilità della Libia. Lavorare con le Nazioni Unite e con entrambe le parti del Paese per istituzioni unificate e un percorso elettorale credibile, senza lasciare spazio a chi trae vantaggio dalla divisione.
- Fare dell'energia un progetto comune. Gas, elettricità e rinnovabili che servano prima ai libici e ai tunisini e poi all'Italia: è la formula di Mattei, e funziona ancora.
- Accelerare il Piano Mattei. Meno annunci e più cantieri: acqua, agricoltura, formazione e lavoro, con tempi rapidi e risultati visibili alla popolazione.
- Cooperare sulla sicurezza. Formazione delle guardie costiere, lotta ai trafficanti, presenza navale nel Mediterraneo centrale e collaborazione tra servizi di intelligence.
- Aprire canali di migrazione regolare. Formare in loco lavoratori di cui le imprese italiane hanno bisogno, togliendo spazio e clienti ai trafficanti.
11. Conclusione: tornare a contare dove conta
Per più di un secolo l'Italia è stata, nel bene e nel male, la potenza europea più presente sulla sponda sud del Mediterraneo. Negli ultimi quindici anni quello spazio si è ristretto, e altri si sono fatti avanti.
Tornare a esercitare un'influenza forte in Libia e in Tunisia non significa ripetere il passato, ma fare ciò che conviene a entrambe le sponde: stabilità, energia, lavoro e sicurezza. Chi offre questo diventa il partner naturale di quei Paesi. Se non lo farà l'Italia, lo faranno altri, con interessi diversi dai nostri.
Il confine sud dell'Italia passa da Tripoli e da Tunisi. Proteggerlo significa, prima di tutto, esserci.